lunedì 15 ottobre 2012

Riflessioni sul senso degli oggetti


“Lustro delle mani lo chiamano i Cinesi; noi Giapponesi la chiamiamo (con espressione 
analoga) nare. È lo sporco e l’untume con cui gli oggetti, toccati e accarezzati da molte mani, 
finiscono per impregnarsi con il passare degli anni. [...] Prediligiamo la patina
del tempo, ben sapendo che è prodotta da mani sudate, da polpastrelli unti, da depositi 
di molte stagioni; la prediligiamo per quel lustro, e quegli scorrimenti, che ci ricordano 
il passato, e la vastità del tempo”.
 Jun’ichiroō Tanizaki

Le cose, gli oggetti che riempiono il nostro quotidiano, si presentano spesso come un palese filtro nei confronti della società in cui viviamo.

Dinanzi a ciò, occorre porsi alcuni interrogativi: il nostro contemporaneo materialista riesce ad avere percezione vera delle cose? Quanto durano gli oggetti? Quanto dura la sazietà? Quanto la metabolizzazione?

Nel 1986 Igor Kopytoff propone di avvicinarsi agli oggetti secondo un approccio biografico. Le cose possiedono una vita segnata da eventi, da mutazioni, da passaggi. Gli oggetti sono portatori di storie, assorbono esperienze fino a diventarne testimoni, sono aperti ad accogliere nuovi vissuti, possiedono insomma quelle che Kopytoff definisce biografie.
In un contesto di consumo continuo e di “intervalli perduti” avere percezione degli oggetti che sono intorno diventa un modo semplice per relazionarsi al mondo. L’invito a riflettere non sul valore di mercato della merce ma sul valore cognitivo e culturale degli oggetti, è un invito a far ritornare le cose in contesti quotidiani, di singolarizzazione e di vissuti interpersonali sedimentati. Sentire le cose diventa quindi un’occasione per riflettere sui consumi, sulle relazioni e sulla storia di una comunità, un modo per ripensare le micro-relazioni urbane partendo da un sistema di condivisione delle storie attraverso gli oggetti.

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